Pezzi di vita

Qui, su questo post, lascerò tracce del mio modo di essere, e quindi di scrivere. Questo primo pezzo di vita è uno spunto che ho preso un giorno da un amico che per la prima volta andava con una puttana. Mi sono immedesimato, io che con loro non ho mai condiviso il letto.

Era la prima volta che andavo con una puttana. Eppure, all’età di quarantacinque anni si poteva pensare che, almeno da ragazzo, spinto dagli amici, incuriosito dal sesso facile senza strascichi sentimentali, avrei già potuto lasciare una traccia del mio seme – inutile in quel contesto, è chiaro – in quell’abisso di paure, di solitudine e di repressioni. Nessuno teme le puttane: per gli uomini loro sono il giocattolo con il quale si può fare qualsiasi gioco, chiedere di soddisfare i propri desideri nascosti, parlare di tutto e quindi di niente senza aspettare, ad una eventuale domanda, una risposta concreta e accettabile. La donna, in quelle vesti volgari, dal fare ammiccante, dal trucco pesante e lo sguardo lontano e perso chissà dove, è la quintessenza del godimento puro e semplice, veloce e senza rimpianti. Nel conficcare quell’arma per niente segreta nell’apertura che dona la vita e solamente un lampo di piacere, si riesce a cogliere le sfumature della vita passata che ti scorre accanto e ti accarezza la testa, le spalle, giù fino alle cosce e poi alle caviglie e infine ti solletica i piedi. Confuso, neanche fossi drogato, ti lasci prendere dalle immagini di altre donne che hanno condiviso le tue notti, il tuo letto, l’auto, il prato, la sabbia. Chi sono quelle donne? Che parte hanno avuto in questa recita dove non si è mai vista l’ombra di un buon regista e neanche una scenografia degna di essere messa nel sacco dei ricordi? Dicono che poco prima di morire si rivedono in un veloce flashback gli accadimenti più importanti della nostra esistenza: anche con quella puttana mi è successo. Forse perché era la prima volta, forse perché speravo di morire tra le braccia di quella sconosciuta, forse perché Zana m’incantava con quel suo sguardo triste, forse perché ero io stesso a voler vedere ciò che era meglio non rivedere. Zana. Mi disse che si chiamava così, ma pensavo fosse un nome “d’arte”. Invece, verso l’alba, mi mostrò quello che sembrava un permesso di soggiorno e lì c’era scritto il suo nome: Zana Enver, nata in Albania, trentacinque anni. «Ma perché fai questo lavoro?» Non rispose subito alla mia domanda idiota; non so se per prendere tempo e pensare ad una risposta adatta al momento o se davvero fosse stanca di rispondere le solite cose ai soliti uomini curiosi. Ma quanti di essi glielo chiedevano? E perché? Chi poteva essere interessato alle sue esigenze, alle esigenze di una puttana? Loro venivano qui, in questo appartamento squallido per farsi una scopata, pagavano e a malapena, forse, dicevano ciao quando se ne andavano chiudendosi la porta alle spalle. «Che te ne importa a te?» Ecco, aveva risposto con una domanda, con quel suo accento un po’ duro, chinando il capo e dando uno sguardo alle sue unghie che avevano perso parte dello smalto rosso cupo. Non c’era cosa che odiassi di più; vedere una donna con lo smalto intaccato, consumato, rosicchiato. Mi dava un senso di sciatteria e sporcizia. Eppure era così visibile, continuamente sotto gli occhi, non era possibile non accorgersene. Molto meglio avere le unghie nude allora, senza quei vestiti a brandelli, così che potevi contare il numero delle bugie.

 

Il corso non finisce qui…

La prima parte del corso termina venerdì 7 marzo, ma il 14 riprenderà per altri due mesi. Invito tutti coloro che vogliono aggiungersi a contattarmi: l’email la trovate su questo blog. Gli allievi che hanno fatto questo primo percorso di otto lezioni insieme a me hanno l’opportunità di viaggiare ancora un po’ nel mondo della scrittura; i nuovi credo che troveranno un ambiente accogliente. E per questi ultimi ho una cosa da dire: portate un racconto, breve, di sei o sette pagine, che avete già scritto o che ancora dovete scrivere. Non è un esame, è solo per vedere quanta voglia avete di iniziare a creare e a divertirvi. La prossima settimana darò notizia sui giornali di Livorno, Il Corriere e il Tirreno, di questo nuovo incontro della durata di ulteriori otto lezioni. Fatevi sentire e passate parola.

Avrei voluto, ma…

Avrei voluto, ma… non l’ho fatto, o non ci sono riuscito, o me lo hanno impedito, o ho avuto paura, o gli altri mi hanno condizionato. Quanti sono i motivi che ci impediscono di fare quello che avremmo voluto? L’idea di questo post mi è venuta leggendo gli ultimi commenti scritti su “il senso dell’umorismo”. Troppi, siamo in troppi a guardarci indietro e chiederci: ma perché? perché non l’ho fatto? Io ci ho provato quasi sempre a fare quello che volevo, e quando altre mie decisioni sono state prese pensando “alla soddisfazione degli altri” le cose sono andate peggio.

Il senso dell’umorismo

Esaurito, provvisoriamente, l’argomento solitudine, innesco una nuova miccia: quella del senso dell’umorismo. Vecchia storia, questa, dove le donne credono di averlo e gli uomini pure. Verrò attaccato all’istante, lo so, ma attraverso le mie esperienze di vita ho appurato che il senso dell’umorismo del mondo femminile è decisamente minore rispetto a quello maschile. Averlo appurato non significa naturalmente che abbia ragione: è solo una constatazione personale. Di loro, cioè delle donne, posso dire che sono decisamente più furbe e più scaltre; noi uomini, soprattutto se ci troviamo di fronte a loro e alla loro bellezza, diventiamo un po’ coglioni. Crediamo di essere cacciatori, e invece le nostre belle prede sanno come farci cadere nelle trappole che noi stessi abbiamo disseminato lungo la strada. In ogni caso sono rare le donne che ti fanno ridere. O che sanno apprezzare battute sarcastiche. Spesso sono permalose e di rimando ti lanciano frecce avvelenate usando il solo sguardo. Gli uomini però, pur se dico che di senso dell’umorismo ne hanno un tantino di più, scadono spesso nella volgarità, con battute stupide o barzellette che forse neanche mio nonno raccontava. E poi, secondo me, chi racconta barzellette non è detto che abbia quel tipo di umorismo che intendo io, ma è solo uno che vuole essere al centro dell’attenzione. Avere il senso dell’umorismo è indice di intelligenza acuta. O no? E l’intelligenza acuta delle donne, che non sfruttano per l’umorismo, si lancia verso altre mete. Quali siano le loro mete ce lo dicano loro.

Sulla solitudine…

L’argomento famiglia, nel post precedente, ha avuto il suo successo, come era prevedibile. E allora adesso vorrei che si parlasse della solitudine, quella che ti prende anche in mezzo agli amici, o ad una folla, o in casa con tua moglie o tuo marito, figli, genitori, gatti e cani e criceti. Quella solitudine che leggi negli occhi di un ragazzo che lava i vetri al semaforo, o di quell’uomo di colore che vende i suoi articoli “griffati” in Piazza Cavallotti. Non ci confondiamo con la nostalgia: è un’altra cosa. E la solitudine di chi a volte, come me, ti prende quando sei lì che scrivi un romanzo o una sceneggiatura, quando qualcosa ti attanaglia lo stomaco e ti senti improvvisamente perso, lontano da tutto, inevitabilmente solo. Solitudine dell’anima che cerca, cerca, cerca sempre. Ma poi, forse, alla fine trova.

Spazio per il corso

Va bene, il suggerimento di Enrica lo prendo al volo, sperando che poi questo blog non diventi davvero circoscritto ai soli corsisti. Semmai domani scriverò un nuovo post per parlare di altre cose dove possono intervenire altri bloggers. Agli ultimi commenti dovrei dedicare mezza giornata per rispondere, ma mi pare di capire che il vespaio è nato dalla voglia estrema di ribellione di Paola. Nonostante possa non condividere le sue opinioni, o alcune di esse, mi diverto e imparo sempre molto dalle persone che sono al mio opposto. Noia mortale stare sempre vicino a gente che condivide, che dice sempre sì, che non ha verve. Perciò, cara Paola, pur se sei libera di prendere qualsiasi decisione (ma te l’avevo detto che non avresti avuto l’appoggio di nessuno), ti consiglierei di non mollare. E sai perché? Perché come ho detto prima da questo corso ne uscirai con un bagaglio nuovo addosso. Certo, in otto lezioni non si può pretendere chissà che cosa, si può dare un’infarinatura tecnica e spiegare in linea di massima come si mettono insieme i pezzi di un puzzle non sempre facili da incastrare. Sei una persona intelligente, perciò se molli dimostri di non accettare gli scontri. Dammi retta, abbiamo fatto solo due lezioni e forse, tra le ore passate tutti insieme e i commenti sul blog, hai già imparato (e io pure) molto di più di quello che pensi. E poi lasciatemi fare questo percorso “tecnico”, lasciatemi il tempo di entrare nelle vostre personalità (un minimo) per capire meglio cosa ognuno di voi potrebbe creare con maggiore facilità. E questo non l’ho detto per presunzione, da persona che riesce a scavare negli animi degli altri, ma solo perché chiunque, con un minimo di tempo a disposizione, può capire chi gli sta accanto. Bene, commentate su questo post ogni vostro dubbio e lasciamo gli altri post liberi ai bloggers che non sanno chi siamo.

Notizie sul mio libro?

E’ arrivato il momento di sapere cosa sta succedendo al mio ultimo romanzo, e forse, in attesa che tra un po’ il mio editore mi mandi il resoconto delle vendite (mi viene già da sorridere), chiedo aiuto a voi. Vi ricordate il titolo? E’ “La figlia della Notte” SBC Edizioni. Per prima cosa mi piacerebbe sapere se qualcuno di voi l’ha comprato attraverso il sito Internet dell’editore – www.sbcedizioni.it -, attraverso altri siti o comprato in libreria. E soprattutto cosa hanno risposto le librerie quando l’avete chiesto. Di sicuro la risposta é: “Non ce l’abbiamo ma possiamo ordinarlo!”. Dunque questo piccolo sondaggio fra voi amici bloggers mi rende la vita un po’ più facile, nel senso che posso rendermi conto quanto possa funzionare un minimo di pubblicità su un blog. Certo è che non basta se l’editore non ci mette del suo, ma tant’è.

Secondo voi…

Secondo voi come si potrebbe fare per non vedere più tutti i muri della città imbrattati? E come si potrebbe fare per evitare che la sera quando rientro a casa non debba andare in giro con gli occhiali a raggi infrarossi per individuare le cacche dei cani? E come si potrebbe fare per dire a quei cretini in scooter che il senso unico è unico proprio perché lo devi percorrere in un solo senso? E come si potrebbe fare per attraversare le strisce pedonali senza che qualcuno ti travolga a cento all’ora? E come si potrebbe fare per insegnare un po’ di educazione? Questo è il nocciolo della questione. Io ho sempre affermato di essere di sinistra-anzi-anarchico, ma se voglio essere anarchico non posso rompere le palle al prossimo, perché se ritieni di essere uno spirito libero. la prima cosa da imparare è proprio quella di rispettare quelli che non conosci. L’ignoranza è davvero il male peggiore?

Per mia figlia…

A marzo compirai 19 anni. Se penso al giorno in cui ti dissi che tua madre ed io ci saremmo separati mi viene ancora il nodo alla gola. Avevi sette anni, quel pomeriggio eravamo in piscina, alle porte di Roma, io abitavo già in un’altra casa e ti trovammo, io e tua madre, la scusa che dovevo stare lì provvisoriamente per ragioni di lavoro. Ma poi la cosa non poteva andare per le lunghe, sarebbe stata una presa di giro, prima o poi la verità ti andava detta. Così, quando ti dissi che papà non sarebbe più tornato a casa, mi abbracciasti – io ero seduto su una sedia a sdraio e tu eri in piedi di fronte a me -, piangesti senza dire una parola per qualche minuto e poi mi prendesti la mano dicendomi: “Dai… andiamo a fare un bagno…”. Da quel giorno però hai condiviso anche tu la mia casa, i week-end alternati, le feste alternate, gli affetti alternati. Poi, da un po’, ho sentito l’esigenza di dividere la mia vita fra Roma e Livorno, e non solo per quello: nel mio lavoro ci sono molte difficoltà economiche, non si riesce a programmare, a mettersi soldi da parte. Quindi ora faccio spola fra Livorno e la Capitale. Mi manchi, così come io manco a te, lo so, anche se spesso sei introversa, mi parli poco, quasi ce l’avessi con me. Ma tu sai quanto ti voglio bene, e tutte le promesse che ti ho fatto, anche se ancora non ho potuto mantenerle, le manterrò. Magari il giorno dopo morirò, ma le manterrò. L’unica cosa che ti chiedo e di non giudicare tuo padre, così come non dovrai farlo con tua madre. Lei ha avuto il coraggio un giorno di mollare tutto perché amava un altro, e amare non è una colpa. Come passa il tempo…