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Lug 29, 2011 - blog life    5 Comments

Dolore infinito

 

norvegia, isola, consani,

A una settimana dal massacro dei ragazzi norvegesi, mi sento di fare una riflessione. In questi sette giorni passati, densi di atroce dolore per quelle famiglie che hanno perso i loro figli, ho provato a leggere gli occhi di quel giovane norvegese che, freddo e follemente lucido, ha catturato l’attenzione del mondo intero. Non sono riuscito a decifrare niente in quello sguardo così apparentemente normale, nessun segno di psicosi, niente di niente. I lineamenti del viso, regolari e classici di una razza nordica, sono quelli che potrebbero piacere a una ragazza. Biondo, alto, bel fisico. Nessuno, a vederlo, avrebbe potuto immaginarlo alle prese con mitra e pistole alla caccia di ragazzini inermi e pacifici. Forse un tipo brutto, dall’aria dimessa, basso, tarchiato e con una cicatrice sulla guancia avrebbe potuto suscitare timori e sospetti, perché si sa, pare che la bruttezza sia sinonimo di “male”. Almeno così dicono. Basta vedere le facce dei delinquenti schedati e, a conti fatti, la percentuale dei “brutti” è decisamente superiore a quella della classica faccia d’angelo. Ma questo è un altro discorso. Quindi, il norvegese assassino (di cui odio scrivere il nome), bello e aitante, ha messo in moto qualcosa che va al di là di ogni concezione umana. Qualcosa che lo ha reso famoso, qualcosa che spinge altre menti ad emularlo. Qualcosa che assomiglia tanto a un gioco di guerra sulla playstation. Giochi che a mio avviso andrebbero tolti dalla circolazione, e non per una questione di censura, ma di rispetto per l’essere umano. Il norvegese odiava altre razze, il norvegese era un assetato di morte, di morte del diverso, di cui si ha sempre paura. Borghezio ha asserito che le idee del giovane erano condivisibili. E qui, sulle parole di un idiota come questo politico incapace e pericoloso, stendo un velo pietoso, un velo possibilmente intriso di puzzolenti escrementi.

Un abbraccio a tutte le famiglie che dopo una settimana sono ancora lì a piangere i loro figli, tutti stretti in un dolore che non avrà mai fine. Per colpa di uno che non ha capito che la diversità degli altri è ciò che ci fa crescere, che ci fa imparare altre culture, modi di vedere le cose. E più ci si stringe in una abbraccio globale, più facile è ottenere quella maledetta pace che sembra non voler mai arrivare.