Archive from aprile, 2008
Apr 21, 2008 - libri e fumetti    33 Comments

Vi regalo l’inizio del mio ultimo romanzo…

Sì, vi faccio questo regalo, postando l’inizio del mio romanzo. Chissà che non vi venga la voglia di comprarlo in libreria o ordinarlo direttamente alla www.sbcedizioni.it una delle peggiori case editrici mai viste. Sì, che l’editore lo legga pure questo post, che mi telefoni, che mi spieghi perché non si è mai degnato di organizzare una presentazione per me, che mi spieghi perché il mio libro (e anche di altri scrittori che hanno pubblicato con luie con i quali sono in contatto) non si trova nelle librerie che l’editore dice di rifornire, che mi spieghi perché dovrei vendere come da contratto 130 copie per ammortizzare le spese di stampa quando lui non ha tenuto fede alle altre clausole del contratto. Mi spieghi perché un editore deve fare l’editore quando non ha né la forza né le capacità per farlo. Mi spieghi perché pubblica i libri se non ci crede. Eppure il mio romanzo, a detta delle critiche e di coloro che l’hanno letto ha un interessante peso letterario. Ai posteri l’ardua sentenza? Scusate, bloggers, se durante la lettura noterete che gli accapo non sono rispettati, ma se l’avessi copiato come dal libro ci sarebbero state interlinee doppie e triple, e avrei usato troppo spazio.

 

La figlia della Notte

 

romanzo di Sergio Consani

 

Nello stesso istante in cui Ida Borsi fu afferrata dalle braccia della morte, gli inquilini che abitavano nell’edificio che si affacciava sul Fosso Reale, lungo gli Scali delle Cantine, udirono un rombo cupo che sembrava partorito dalle viscere della terra; il rombo si propagò negli ampi e tetri sotterranei del palazzo, fino a raggiungere i piani alti per poi correre e dissolversi lungo le tegole del tetto. Tutti, incapaci di attribuire a tale rumore un evento naturale o provocato dagli uomini, avanzavano le ipotesi più fantasiose e inverosimili. «È arrivata la fine del mondo!» diceva qualcuno. «È Dio che ci punisce per i peccati commessi!» gridava qualcun altro. L’evento, di per sé unico e terribile alle orecchie di chi poté udirlo, ebbe la durata di pochi secondi e si ripeté parecchi anni più tardi. Da quel momento la gente, tramandandosi l’episodio di generazione in generazione, ne ha sempre parlato, facendolo arrivare fino ai nostri giorni. Ogni volta c’era chi vi aggiungeva nuove teorie, previsioni di sciagure, illazioni mefistofeliche o sventure causate dalla malasorte, le cui radici avevano origine da quello che ormai tutti chiamavano il boato. Accadde il primo maggio del 1860, nella città di Livorno. Era lo stesso giorno in cui trentacinque livornesi, accompagnati da una folla di curiosi che esaltava la loro partenza con grida di gioia e di raccomandazioni, s’imbarcarono sul piroscafo Etruria per recarsi a Genova; da lì avrebbero raggiunto Quarto per poi imbarcarsi di nuovo su un altro piroscafo, il Lombardo, comandato da Nino Bixio, e aggregarsi agli uomini della Spedizione dei Mille. Ida Borsi morì poco prima delle diciannove. Quando quella mattina Luisa, preoccupata, andò alla porta di Ubaldo e fece per bussare, si accorse che era socchiusa. «Ida…» chiamò a bassa voce. Non ci fu risposta. Chiamò ancora e schiuse lentamente la porta. Entrò con passi incerti, guardando l’ampio salone ben arredato, illuminato dalla luce del sole che a quell’ora entrava prepotentemente, infischiandosene degli ampi tendaggi bianchi di lino, ricamati ad intarsio, che abbellivano le finestre affacciate sul canale. «Ida…» fece di nuovo Luisa, questa volta con voce più decisa. Un uomo apparve come un fantasma sulla porta che conduceva nel corridoio. Un corridoio lungo il quale vi erano due stanze da letto, uno studio e, in fondo, la grande cucina. «Signor Stefanini!» disse con un’aria tra il sorpreso e l’intimorito Luisa. «Mi avete spaventata…» Ubaldo Stefanini aveva i capelli arruffati e gli abiti sgualciti come se avesse dormito vestito da qualche parte in una posizione scomoda, e la sua espressione non era quella di sempre; i suoi occhi, infatti, sembravano spiritati; anzi, a guardare meglio erano iniettati di sangue; la fronte era madida di sudore e le mani, non vi era alcun dubbio, tremavano. «Mi dispiace signora Luisa… non era mia intenzione spaventarvi…» Socchiuse gli occhi, inspirò profondamente e lasciò che l’aria uscisse lentamente, come a raccogliere lucidità. Poi riprese quel tono solito che gli si addiceva: distaccato e autoritario. «Immagino che la porta fosse aperta se avete messo piede qui!» «Sì, proprio così!». Rispose cercando di nascondere un disagio e una soggezione che l’assaliva ogni volta che aveva occasione di rivolgergli la parola. «Cercavo Ida. Eravamo d’accordo che… che le avrei mostrato delle stoffe interessanti per…» «Perdonatemi…» la interruppe con un sorriso che alla donna apparve forzato. «Le mie stoffe, pregiate e raffinate, sono il mio pane giornaliero, e credo che mostrare a Ida un qualsiasi altro prodotto che non provenga dai miei magazzini sia del tutto inutile!» Luisa, alla quale era difficile far abbassare la testa per via di quel carattere sanguigno che aveva ereditato dal padre, continuò a fissarlo negli occhi, disprezzando in silenzio quel suo tono falsamente calmo e quel linguaggio troppo condito di ipocrisia. Per Ubaldo, come per quasi tutti gli uomini di quel tempo, la donna era in dovere di sottostare all’autorità dell’uomo, di mostrargli pudore e non prevaricare nelle questioni di famiglia. Nell’interno di essa poi, la donna era sottomessa al marito, che rimaneva il garante e l’amministratore dell’unione coniugale. Ora, Luisa non era sua moglie, ma era pur sempre una donna, e quello sguardo di sfida non era tollerabile per un uomo che deve farsi rispettare. E lui non era abituato a tale sfrontatezza. «Se volete scusarmi…» disse Stefanini indicando la porta come a invitarla ad uscire. «Mi potreste chiamare Ida solo per un minuto?» chiese senza muoversi. Era un duello a distanza. Entrambi erano rimasti nelle stesse posizioni di poco prima: lei a due passi dalla porta d’ingresso; lui in prossimità del corridoio. Li separava una distanza di qualche metro e lo spazio che intercorreva fra i due dava l’idea di un campo di battaglia, ancora vergine, senza né morti né feriti, pronto ad accogliere i combattenti. «Ida non c’è!» «Mi aveva assicurato che ci saremmo viste!» aggiunse non disposta a cedere. «È andata via almeno un quarto d’ora fa. Aveva delle commissioni urgenti da fare. Adesso, se volete scusarmi.» Le ultime parole le pronunciò non più come un invito, ma molto più vicine ad un comando. E lo fece avanzando verso la porta, là dove Luisa, non convinta che Ida se ne fosse andata, attendeva senza muoversi. «Eppure non l’ho sentita scendere le scale…» incalzò la donna. Ubaldo si fermò, al centro del campo di battaglia, e le lanciò uno sguardo carico di astio. «È probabile che non l’abbiate sentita perché forse eravate indaffarata a preparare il pranzo per la vostra famiglia e tra rumori di ciottoli e forchette e coltelli…» «Può darsi. Mi pare molto strano però che non abbia bussato alla mia porta prima di andarsene. Eravamo d’accordo che ci saremmo viste» ripeté. Le si avvicinò, questa volta con l’intento di non lasciarla controbattere ad ogni sua parola. «A volte è così distratta…» disse andandole incontro e spalancando la porta. «Quando la vedrò non mancherò di rimproverarla per questa sua dimenticanza. Buona giornata signora.» Solo in quel momento Luisa fece caso, sulla sua destra, ad una sedia rovesciata e all’angolo di un tappeto rivoltato. Vide anche una statuetta di bronzo per terra. Raffigurava un cavallo che s’impennava, ma, riverso di lato, aveva perso la sua eleganza. Stefanini notò il suo sguardo posarsi su quelli che potevano apparire i segni di una lotta, e sorrise cercando di sdrammatizzare. «Ci piace giocare ogni tanto, e rincorrerci per tutta la casa è uno dei nostri giochi preferiti…» si schermì con aria maliziosa. Luisa si mosse verso l’uscita, lo guardò un’ultima volta con occhi indagatori, per un solo attimo, ma sufficiente per suscitare nell’uomo una certa agitazione. Le mani ancora gli tremavano e la cosa non era sfuggita alla donna. «Buona giornata anche a lei.» Ubaldo chiuse la porta senza rispondere al saluto e con il dorso della mano si asciugò il sudore sulla fronte.

Apr 14, 2008 - blog life    35 Comments

Immaginazione e realtà

DUE TEMPI

 

 

Quello che vorrei che accadesse, che potrebbe accadere, che potrebbe non accadere, che spero che accada, che temo che accada, che temo che non accada. E poi la realtà.

 

 

Ore 18.00 di un giorno caldissimo d’estate. Stasera esco con M, per una passeggiata al Gianicolo. Mi è sempre piaciuta M, da sempre, da quando la conosco, da diciassette anni. Ci siamo frequentati da amici, abbiamo parlato sempre a lungo, in modo profondo. Poi ci siamo persi per un lungo periodo. Adesso l’ho ritrovata; sono già uscito con lei alcune volte e il filo sembra non si sia mai interrotto. Mi piace il suo sguardo, il suo modo di muoversi, di parlare, la sua pelle, il suo odore. E stasera, lontani entrambi dalle nostre case, dai letti e dalle lenzuola, mi piacerebbe sedermi con lei su una panchina, accarezzarle il viso, guardarla e posare le mie labbra sulle sue. La faccio poggiare sul mio petto, le tocco i capelli, le braccia, le guance. Poi la bacio di nuovo, non le dico niente, la guardo e basta. La faccio alzare, poi mano nella mano mi avvicino al muretto da dove le luci di Roma sono uno spettacolo stupendo, l’abbraccio e la bacio di nuovo. Poi la riporto a casa, la saluto con un sorriso e vado via. Mi sdraio nel mio letto, la sento, la penso.

 

 

Ore 3 del mattino.

Sono tornato a casa, ma non è successo niente di quello che immaginavo. Abbiamo parlato, passeggiato lungo le stradine di Villa Borghese (già, non siamo andati al Gianicolo!), ci siamo presi un caffè. La guardavo mentre parlava, a volte ero distratto e non ascoltavo le sue parole, mi perdevo nel suo sguardo. Se ne sarà accorta? Ogni tanto le sfioravo una spalla perché il momento per toccarla era giusto, magari avevo fatto una battuta, le sorridevo e sfioravo la sua pelle, così, come per caso. Ha la pelle liscia e morbida, un po’ abbronzata, odorosa. Quando la toccavo sentivo che lei non si ritraeva. Forse perché riteneva normale quel tocco o perché le piaceva? Un giorno glielo chiederò. Siamo saliti in macchina, ci siamo fermati a mangiare una fetta di cocomero e la serata è finita. Però sono stato bene. Questa in fondo è la cosa più importante.

Apr 7, 2008 - blog life    29 Comments

Il denaro

Vile. Utile. Maledetto. Necessario. Diabolico. Che corrompe, illude, rovina, cambia le vite, uccide. Denaro macchiato di sangue, sporco, riciclato. Sesso e denaro, amore e denaro, matrimonio e denaro. Cammino distratto in un grande magazzino, un uomo fermo sulla carrozzella guarda una vetrina; sorrido amaramente: quell’uomo sta guardando i prezzi delle scarpe. Le scarpe. Lui che non cammina. Lancio un’occhiata alle scarpe che indossa: sono nere, di pelle, di scarsa qualità, tirate a lucido. Osservo i suoi vestiti: dignitosi, ma poco costosi, dozzinali. Mi fermo, osservo la sua faccia senza che lui possa scorgermi; sogna. Sogna di camminare con quelle scarpe da ginnastica che sono proprio lì di fronte a lui. Ma costano 125 euro: forse un’esagerazione per le sue tasche, è evidente. Sogna di correre, lo sento, sogna di rotolarsi su un prato con quelle scarpe costose made in China. Mi chiedo: se avesse avuto il denaro necessario le avrebbe comprate? Ma la domanda che mi ha fatto allontanare da quella scena irreale è stata: se avesse avuto tanto denaro avrebbe potuto un intervento chirurgico salvare le sue gambe? Il denaro, quello che chiedono i medici per salvare la gente. Quello che se non lo hai ti sbattono la porta in faccia e ti lasciano morire. Ma tanto, caro Berlusconi, caro Agnelli, cari ricchi imprenditori, caro Rockfeller, caro Bill Gates… potete campare anche dieci anni più di me, ma alla fine sotto terra ci venite anche voi. E senza il vile denaro.